Header

Comunicazione e contesto non verbale

Nei laboratori di espressione non verbale e di musicoterapia entrano liberamente in gioco il corpo (con la postura, la gestualità, la mimica, l'investimento spaziale, la prossemica), il respiro, la voce (nel melodizzare spontaneo, nel canto, nel ritmo, nella semplice modulazione del timbro, dell’intensità, del tono), lo sguardo, il suono, il silenzio, la musica, gli elementi della natura. Risorse che appartengono a tutti gli uomini, in ogni tempo e ad ogni latitudine. Dalla loro attivazione parte un percorso di conoscenza e di cambiamento che da un lato ne rende l’uso più naturale, fluido ed efficace e dall’altro alimenta un contatto più consapevole con la sfera delle emozioni, della qualità e del senso delle relazioni.
Il contesto non verbale, strutturato e protetto in un setting, è il luogo, la dimensione in cui questo cammino può avvenire stimolando la scoperta di spazi nuovi d’espressione e di creatività, il recupero di potenzialità inespresse e di una capacità di ascolto profonda e non giudicante che modifica sensibilmente e arricchisce di senso il modo di vivere il contatto con se stessi, con l’ambiente, con l’altro.
Movendo dalla premessa che ogni comunicazione avviene su due piani, un piano di contenuto, di trasmissione dell’informazione ed un altro che attiene alla qualità della relazione, il linguaggio verbale e quello non verbale rappresentano rispettivamente questi due livelli differenti e complementari del comunicare che identifichiamo nel codice digitale e in quello analogico.
Livelli differenti che corrispondono a due diverse modalità di rapportarsi al mondo e di esprimere se stessi. Se la parola è la manifestazione più alta delle capacità logiche, della razionalità e di un approccio analitico alle cose, l’insieme delle risorse e dei linguaggi non verbali rappresenta prioritariamente il fluire dei movimenti affettivi che vivono in ogni relazione e si distingue per un approccio globale, unitario e sintetico.
Nella storia di ogni individuo, così come nell’evoluzione della specie umana, la comunicazione non verbale ha radici molto più profonde rispetto al formarsi del linguaggio verbale. Essa preesiste alla parola, la accompagna nel suo formarsi, la integra arricchendola di senso e infine offre canali alternativi quando situazioni di sofferenza psicologica la inibiscono e la distorcono o traumi e processi degenerativi la rendono inadeguata a rappresentare il mondo interiore della persona o del tutto assente.
Le sue radici affondano nelle prime esperienze corporee ed affettive della vita intrauterina in cui insieme al formarsi dell'organismo incomincia a delinearsi un embrione di struttura psichica. Sono esperienze primarie, di tipo pre verbale, con le quali il feto, attraverso il filtro del liquido amniotico, coglie gli stimoli provenienti dal mondo esterno ma anche e soprattutto dal corpo e dalla psiche materna (stimoli motori, di equilibrio, termici, vocali, sonori e musicali, emotivi, dall’inconscio materno a quello del feto) che vengono percepiti in forma vibratoria, globale ed unitaria in una fase evolutiva in cui non è ancora definita la specializzazione funzionale dei vari sensi.
L’espressione non verbale è radicata in una memoria arcaica e inconscia che appartiene alle profondità dell’esperienza del corpo e della psiche. Da queste profondità viene la spinta vitale all’espressione e alla realizzazione di sé nel mondo, e dunque alla comunicazione. Ma in esse anche ristagna la parte di energia che non riesce a manifestarsi all’esterno per effetto dei filtri, delle resistenze, delle difese che agiscono a livello inconscio. Questa energia inespressa è alla base delle tensioni, del disagio, delle ansie, dei blocchi espressivi, dello squilibrio energetico che impedisce un livello soddisfacente di comunicazione e dunque il benessere della persona.
Viviamo un contesto culturale che privilegia l’uso della parola e di un modo quasi esclusivamente razionale e analitico di esperire il mondo, le relazioni, se stessi e la rappresentazione dei propri contenuti più profondi, sacrificando a questa visione la logica delle emozioni e la qualità affettiva che si esprime nei comportamenti. La parola, da sola, non è in grado di soddisfare il bisogno dell'essere umano di rappresentarsi nella sua interezza e comunicare tutti gli aspetti del proprio vissuto, specialmente in relazione alla sfera emotiva. Il non verbale, meno vincolato alle mediazioni e ai condizionamenti della mente, riesce in modo più diretto ed efficace ad aprire strade all’espressione di bisogni, emozioni, desideri, potenzialità e dinamiche affettive, e alla loro successiva elaborazione.
Nel setting non verbale, con i livelli di regressione che in diverso grado lo caratterizzano, funzione del terapista è accompagnare, riflettere e contenere il paziente, è essere un facilitatore della sua espressione attraverso l'accoglimento e la condivisione delle libere associazioni corporo-sonoro-non verbali che si sviluppano nel corso del processo.
Rispetto a una cultura che fa della parola il mezzo principale se non unico per soddisfare qualunque esigenza di comunicazione, coinvolgersi nel non verbale può sollevare qualche incertezza. Eppure il confronto con questo contesto, che può inizialmente apparire insolito, apre la strada a un altro modo di contattare in maniera profonda e autentica la propria interezza, di esprimere e prendere coscienza delle proprie risorse, di ridimensionare ed elaborare i disagi. Incide inoltre sulla stessa espressione verbale contribuendo a sfrondarla da giri di parole e a renderla più semplice e centrata sull’oggetto.
L’esperienza di decenni conferma che questo lavoro, che può svolgersi in sedute individuali o di gruppo e che viene naturalmente calibrato in modo diverso a seconda dei casi e in funzione delle esigenze specifiche, produce effetti significativi in particolare:

  • con chi desidera mettersi in gioco nel non verbale per un’esperienza personale di conoscenza, di scoperta, di crescita, di ricerca interiore, di stimolo a un uso più efficace, creativo e consapevole delle proprie risorse, per affrontare nodi espressivi ed emotivi;
  • nella prevenzione primaria in età evolutiva, nelle forme di disagio legate a condizioni familiari o sociali, nella prevenzione dello stress nei luoghi di lavoro e di problematiche della comunicazione in chi opera nella relazione d’aiuto (burn out);
  • con persone affette da patologie molto diverse ma tutte accomunate dalla necessità di fare fronte a una capacità di comunicare deficitaria, carente, che produce un’espressione inadeguata o comunque non congrua al contesto. Il riferimento, per l’età adulta, va alle diverse forme psicotiche e alla schizofrenia, al coma, alle malattie neurodegenerative (Parkinson, Alzheimer, demenze), a forme di dipendenza; per l’età evolutiva va alla riabilitazione neuromotoria e psicoaffettiva, e quindi in particolare ai disturbi dello spettro autistico, alle psicosi precoci, all’instabilità, ai deficit sensoriali, al ritardo mentale, ai disturbi del comportamento.

Pietro Vitiello