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Supervisione

La supervisione è uno spazio di approfondimento delle conoscenze, delle competenze, delle capacità relazionali per tutti coloro che  - nella relazione d'aiuto, nell'insegnamento, nell'arte, nel sociale -  lavorano  con le risorse della comunicazione non verbale.

Finalità generali della supervisione centrata sul terapista:

  • fornire un supporto metodologico nella fase progettuale e nella fase applicativa del lavoro,
  • offrire uno spazio in cui lavorare all’elaborazione delle dinamiche che si attivano a livello sensoriale, espressivo, emotivo e relazionale nel vincolo con l’utente e rispetto agli altri referenti del contesto di lavoro (famiglia, istituzione, altri operatori, ecc.).

 

Nella Terapia non verbale Benenzon la supervisione è un fondamentale atto etico diretto a proteggere e contenere il terapista. Infatti la buona salute, l'equilibrio e la  consapevolezza dell'operatore rispetto ai condizionamenti, allo stress e alle dinamiche connesse al lavoro sono premessa di una migliore capacità di offrire contenimento all'utente e di gestire la relazione che nasce dalla condivisione del non verbale. Supervisione centrata sul terapista in quanto il corpo e le emozioni del terapista sono il campo attraverso cui passano le dinamiche del processo vincolare ed il principale strumento per monitorare ciò che a tutti i livelli avviene nella relazione.

Benenzon definisce la supervisione come "un processo vincolare tra supervisore e supervisionato ricco di contraddizioni attraverso le quali è possibile fare luce sull'esposizione corporea, mentale e spirituale del terapista, ..... l'atto di una terapia non verbale tra supervisore e supervisionato, una sorta di secondo spazio di terapia non verbale". In questo modo, svolgendosi sostanzialmente sul piano non verbale, la supervisione si pone in linea di continuità con il lavoro che il terapista svolge con l'utente, "evita di diventare un succedersi di speculazioni verbali su quanto accaduto nel vincolo, ..... di prescrizioni e giudizi sullo stesso accaduto e pone il terapista di fronte al riconoscimento della propria storia non verbale".

Fra le principali funzioni della supervisione:

  • dare contenimento all’ansia e ai diversi movimenti contro emotivi del terapista,
  • monitorare e dare un riscontro esterno rispetto all'impostazione e applicazione della metodologia di lavoro,
  • stimolare la creatività intesa come capacità di adattamento a situazioni espressive ed emotive mutevoli e diversificate,
  • distinguere la propria identità non verbale (ISO) da quello dell’utente,
  • favorire nel terapista la consapevolezza dei propri nodi espressivi emergenti nella relazione con l’utente,
  • valorizzarne le risorse espressive a beneficio della relazione,
  • stimolarne la capacità d’ascolto, d’accoglimento non giudicante e la consapevolezza delle dinamiche che si attivano nel contesto non verbale,
  • promuovere la capacità d’impiegare il materiale protocollare e di traslare in forma verbale i vissuti del setting non verbale,
  • prevenire il burn out,
  • favorire la comunicazione interdisciplinare con le altre componenti del contesto di lavoro.
 

Come si svolge

La supervisione può svolgersi in un setting individuale o di gruppo. Può riguardare un'esperienza applicativa o anche un progetto.

E' facoltà del supervisionato introdurre il caso oralmente o con una sintetica relazione scritta in cui descrivere l'istituzione, il contesto di lavoro, elementi relativi alla storia del paziente, al processo vincolare o ad altri aspetti ritenuti utili a inquadrare l'intervento. Questa parte basata sull'uso della parola non è obbligatoria. Segue l'elemento basilare della supervisione:

La drammatizzazione

Con la drammatizzazione (tecnica del role playing) vengono rappresentati i passaggi più problematici del lavoro con l'utente. Alla scelta di questi passaggi si arriva attraverso l'individuazione delle sedute nelle quali il vissuto contro emotivo del terapista è risultato più conflittuale. Dalla riflessione sui protocolli e dal ricordo personale, il terapista può risalire ai momenti di queste sedute che hanno prodotto un particolare impatto in termini di sensazioni corporee intense, aumento dell'ansia, tedio, tensione, angoscia, rabbia, ecc.

Il supervisionato drammatizzerà il ruolo del proprio paziente. Chiederà la collaborazione del coterapista o di un collega per essere rappresentato nel ruolo di terapista.  Drammatizzare significa interiorizzare gli aspetti espressivi e comportamentali del paziente per poterlo rappresentare, significa ri-costruire un copione di quei momenti anche per permettere al collega di entrare nel ruolo del terapista, significa ri-costruire il setting, con il g.o.s. e con ogni altro elemento che abbia inciso sullo scenario della seduta. Nelle prove con cui poco alla volta si costruisce la drammatizzazione emerge la profonda funzione formativa di questo metodo di lavoro, "appaiono aggiustamenti del ruolo, .....si producono sensazioni di comprensione e di riconoscimento di nuovi vissuti relativi al vincolo fantasticato col paziente" (R.O..Benenzon).

Conclusione

Alla drammatizzazione seguono il riporto verbale libero dei partecipanti alla scena drammatizzata (sensazioni, libere associazioni, differenze vissute nel cambio di ruolo, scoperta di fenomeni che hanno avuto un impatto con la propria storia non verbale, ecc.) e le domande degli altri partecipanti all'atto della supervisione (i contemplatori) che si conclude con l'individuazione delle parole chiave che emergono dai vissuti del non verbale e di un titolo che riassuma il senso dell'intera esperienza.

Contemplatori

Ogni incontro di supervisione di gruppo prevede la presenza di colleghi che desiderano partecipare e sono accolti di comune accordo tra supervisore e supervisionati. Possono svolgere un ruolo attivo formulando domande e considerazioni ed anche partecipando alla drammatizzazione dei casi. Vengono definiti non osservatori ma contemplatori. Il termine sta ad indicare un atteggiamento, che scaturisce dalla formazione nel modello, ispirato al principio quantico "l'osservatore modifica l'esperienza" e che consiste nell'essere spettatori neutri e non giudicanti, in "una sorta di attenzione fluttuante che permette di assorbire, percepire da un piano simmetrico ed empatico rispetto all'altro" (R.O.Benenzon).

Tutti i partecipanti sono tenuti al rispetto del segreto professionale su tutto quanto avviene nel corso del processo di supervisione.